Nella cripta
Nel momento in cui si posava con tutto il corpo sopra questa, il coperchio, che era già danneggiato, cedette, e Birch sprofondò mezzo metro più in basso, su un piano di appoggio che persino lui avrebbe preferito non immaginare.
Irritato da quel fracasso, o forse dalle ventate fetide che uscivano dalla cripta, il cavallo emise un verso troppo angoscioso per poterlo chiamare nitrito, quindi si lanciò freneticamente al galoppo nella notte, facendo cigolare e sferragliare il carretto che si trascinava dietro.
In quel fosco frangente, Birch era caduto troppo in basso per sperare di arrivare al buco; tuttavia chiamò ugualmente a raccolta tutte le forze che gli rimanevano per un ultimo, disperato slancio verso l'alto. Premendo i palmi contro la fessura, provò a tirarsi su, ma in quel momento si rese conto che c'era qualcosa che gli bloccava le caviglie.
Per la prima volta in vita sua, quella notte conobbe la paura...
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sabato 10 maggio 2014
venerdì 3 gennaio 2014
I fantasmi della notte (pt.2)
Sto perdendo la pazienza. Perché quell’uomo si ostina a dire di non
essere nessuno? Possibile che non accetti nemmeno un piccolo aiuto? Il mio
sonno inizia a essere turbato, sono preso da paranoie. Non mi piace.
(ma è un uomo?)
Mi avvicino alla finestra e vedo che lui è lì. Non sta rovistando, né
guardando qua e là negli angoli bui del vicolo. È in piedi, immobile. Oserei
dire quasi trasognato. Decido di scendere e esigo una risposta.
«Chi sei?»
L’uomo mi guarda. Stavolta negli occhi.
«Io non sono nessuno» risponde, ma la voce ha finalmente un tono. Il
viso ha lineamenti anonimi ed è indecifrabile «Io non sono nessuno perché sono
tutti. Sono tutti i barboni che
rovistano nella spazzatura e fanno l’elemosina agli angoli delle strade. Sono
tutti gli assetati che chiedono acqua e ricevono aceto. Sono tutti gli orfani
che vengono picchiati e dimenticati. Sono tutte le prostitute usate e abusate e
gettate via. Sono tutti i lavoratori morti per un incidente in fabbrica. Sono
tutti quelli senza un posto dove andare e che darebbero tutto per chiamare un
posto “casa”. Sono tutti quelli che chiedono un pezzo di pane. Sono quelli che
hanno delle idee e che per questo vengono torturati.
Sono ogni diverso che viene assassinato».
Io rimango in silenzio.
«Io sono tutti e non sono nessuno». Ripete. E scompare di nuovo. Mentre
realizzo ciò che mi ha detto e mi chiedo se fosse stata solo un’allucinazione,
la neve cade abbondante e il rumore del vento tra le case diventa simile all’ululato
di un lupo affamato.
Frastornato, rientro a casa e mi metto a letto.
…
La città mi diventa estranea.
Ricordo il giorno dell’incontro con quell' uomo per due motivi: il primo
è che fu l’ultima volta che lo vidi.
Il secondo è che dopo esso le mie notti sono scandite da incubi
e i miei giorni da fantasmi.
giovedì 2 gennaio 2014
I fantasmi della notte (pt.1)
Racconto in due puntate
È notte fonda. L’uomo è arrivato, come ogni notte da settimane ormai.
Lui non sa che io lo vedo dalla mia finestra. Il vicolo è buio, i lampioni non
sono altro che lucciole appese a mezz’aria. Lo vedo cercare negli angoli più
scuri, raccogliere oggetti e infilarli nel suo borsone. È un uomo grande ma
dall’aspetto sfuggevole, con un lungo pastrano sciupato dal tempo, che
probabilmente ha visto tante panchine alle stazioni dei treni. Riesco a
delineare appena il viso scavato dagli anni, non so stabilire con precisione
l’età (forse perché non ne ha una?).
Calza dei pesanti scarponi sporchi.
È settimane che lo osservo. Mi faccio forza. Mi rivesto e mi infilo la
giacca. Scendo.
Non c’è più, se n’è già andato.
…
È tornato. Lo aspettavo: ora non voglio perdere questa possibilità.
Scendo di nuovo.
È voltato, sta rovistando nella spazzatura.
«Chi sei?» gli chiedo.
Lui si volta, mi guarda, ma non guarda me, guarda qualcos’altro, per interminabili
secondi.
«Io non sono nessuno» risponde.
«Chi sei?» gli chiedo di nuovo meccanicamente. Il tempo si è fermato.
«Io non sono nessuno» risponde di nuovo.
L’uomo si volta, raccoglie qualcosa dal bidone della spazzatura. Mi spedisce
un ultimo sguardo, rimarcando la sua risposta. Non era nessuno
(o non voleva essere nessuno?)
Come un
soffio, sparisce nel buio del vicolo.
Poco dopo, ritorno a casa, mi metto a letto e vengo preso da un sonno
pesante e senza sogni.
…
Lui torna ogni sera. Ma per qualche motivo ho timore, non voglio
scendere. Vedo che si comporta come se nulla fosse successo. Continua a
rovistare di qua e di là, disinteressato del nostro incontro e dell’inverno che
sopraggiunge e nasconde gli ultimi strascichi d’autunno. Accendo il camino e
torno alla finestra per osservarlo, ma l’uomo è già sparito, vorrei proprio
sapere dove vive. Sovrappensiero, mi accomodo in poltrona e leggo un libro, Le notti bianche di Dostoevsky.
…
Sto iniziando a inquietarmi. Devo parlare con quell’uomo, quantomeno
per chiedergli se ha bisogno di aiuto, di vestiti o cibo. Mi vesto pesante e
scendo. Il sole è tramontato da un po’ e il vicolo ha un aspetto tetro e buio.
La neve bianca aveva velato i tetti e le strade, qualche luce era accesa, e
un’atmosfera spettrale è scesa su di noi.
«Chi sei?» gli chiedo.
Lui si volta, mi guarda di nuovo, senza però vedermi, come se guardasse qualcos’altro.
Il tempo si è fermato ancora. Sembra che perfino la neve, che poco
prima scendeva leggera e con eleganza, si sia fermata ad attendere la sua
risposta.
«Io non sono nessuno» risponde.
Io rimango immobile, sono speranzoso che lui mi parli, ed
effettivamente è quello che voglio. Ma in un attimo se n’è già andato. E mi
ritrovo solo in mezzo alla strada, mentre la neve scende copiosa, e le poche
luci accese lanciano ombre inquietanti
(e
mi chiedo se anche lui non fosse solo una folata di neve portata dal vento).
venerdì 13 dicembre 2013
Il liquore fatto in casa
La residenza scelta per il soggiorno di fine ottobre era da qualche parte sulle Alpi italo francesi. Di stile classico e ristrutturata da poco, aveva un grande atrio con un camino sul lato sinistro, la reception sul lato destro e la scalinata che portava al piano superiore proprio davanti all’antico tappeto al centro della sala. Mr. Walter, un uomo anziano e garbato ma dai modi di fare di qualche secolo prima, accolse loro con grande solennità, al di sotto dell’enorme lampadario di cristallo che illuminava tutto l’ampio atrio. Sembrava non ci fossero angoli bui, in quella sala, ad eccezione delle ombre dei bassorilievi che decoravano le pareti.
Se non ci fosse stato quel lampadario, che comunque stonava con l’arredamento, fu il primo pensiero della signora S, quel posto sarebbe apparso più una chiesa gotica che un hotel a quattro stelle.
Mr. Walter chiamò i fattorini e fece portare i bagagli nella stanza 96 solo dopo aver offerto alla signora S e al marito un cocktail di benvenuto. Sbrigate le formalità dell’arrivo, li volle accompagnare personalmente alla loro stanza informandoli che la cena sarebbe stata servita intorno alle 20 e di quanto era dannatamente, dannatamente felice di averli come ospiti.
Non c’erano balconi nell’Hotel, se escludiamo la grande terrazza da cui si poteva accedere dalle due porte ai lati della scala al primo piano. Questa terrazza, anch’essa da poco ristrutturata, aveva una vista sorprendente sulla valle disegnata dalla statale e dal fiume adiacente. Mr. Walter era solito organizzare pranzi e cene a buffet e aperitivi nei mesi più caldi dell’anno, tuttavia a causa dell’autunno che andava sempre più inoltrandosi decise di far preparare i tavoli all’interno, nella grande sala da pranzo. Qui, le pareti erano vetrate che partivano dal soffitto e scendevano sino al pavimento, lasciate intravedere da tende di un tenue rosso appena accennato. Nel complesso, la sala appariva più slanciata di quanto fosse in realtà.
A causa del freddo che stava arrivando non c’erano molti ospiti, e la signora S e marito furono serviti dal personale in modo principesco. La signora S. notò gli sguardi assenti dei pochi camerieri presenti, segno evidente del fatto che non vedevano l’ora di andarsene a casa e togliersi quegli stupidi abiti di dosso.
Mr. Walter giunse pomposamente pochi minuti più tardi offrendo loro un liquore alle erbe da lui personalmente preparato e, mentre rimarcava il fatto di essere dannatamente felice di averli come ospiti, li invitò ad uscire con lui per ammirare il panorama alla luce della luna. «Imperdibile», ripeteva in preda a un tic della testa, continuando ad annuire in modo forsennato e anche un po’ preoccupante, con i baffoni grigi vibranti.
Infilati i cappotti uscirono in terrazza, dove si sentivano sempre più stanchi. La vista della signora S si annebbiava lentamente, per la stanchezza e per il vino bevuto a cena. Sentivano solo il discorso concitato di Mr. Walter che spiegava di come fosse dannatamente imperdibile quel paesaggio e di come si manteneva da vivere nella stagione invernale rivendendo il liquore alle erbe fatto in casa.
Non spiegava alla signora S e a suo marito però, che quel liquore lo manteneva solo quando riusciva a buttare dalla terrazza i suoi ospiti, tramortiti dal cocktail, che dopo qualche ora di soggiorno e una sfarzosa cena si godevano un viaggio sola andata nel buio precipizio, che da lassù sembrava finire nei più profondi e tenebrosi antri della Terra.
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