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venerdì 24 ottobre 2014
mercoledì 30 aprile 2014
Cammino di Santiago: La Rioja, in Cammino verso la Castiglia
Abbandoniamo finalmente quel paesino infernale che è Los
Arcos. Fuggiamo tentando di dimenticare tutta la linfa vitale lasciata sulla
strada polverosa e assolata che abbiamo calcato per quegli ultimi, terribili,
cinque chilometri.
Siamo diretti per la notte nella città di Logroño, capoluogo
della regione della Rioja. Anche oggi temiamo l’arrivo in città, ricordando il
duro arrivo a Pamplona. Ma abbiamo ancora più di venti chilometri di campagna da
affrontare, passando prima per i due piccolissimi centri abitati di Sansol e
Torres del Rio che, come molte altre cittadine già incrociate, si erge su una
collina attorno alla Iglesia dove il campanile svetta su tutte le altre
costruzioni in mattoni.
Oltrepassato
il confine tra la Navarra e la Rioja siamo a Viana, ed entriamo quasi in vista
di Logroño. Il sole inizia a battere impietoso: è quasi mezzogiorno ed è pur
sempre il 2 agosto.
Nonostante dicano che la Rioja sia una delle
regioni più verdi e lussureggianti, il Cammino si inerpica tra le colline
tramite stradine non asfaltate dove, spesso, non ci sono nemmeno alberi e fonti
d’acqua (per non parlare di bar o negozi di alimentari, ormai diventati un
miraggio).
Entriamo a Logroño, di cui risparmiamo volentieri la narrazione della faticosa entrata in
città, che avviene lungo una stradina asfaltata color viola che in teoria
dovrebbe evitare il passaggio nella zona industriale: il risultato è un
percorso senza un filo d’ombra né un posto per sedersi perché attorno a noi
tutto è cementificato. Fortunatamente, ad alleviare la stanchezza, all’entrata
in città c’è la figlia di Felisa Medel, donna nota sul Cammino per accogliere i
pellegrini regalando fichi, fragole e altra frutta. C’è una targa che la
ricorda.
Il giorno
dopo fuggiamo da Logroño e ci immergiamo nella campagna, finalmente verde e
rigogliosa come racconta la nostra guida. Fuori città incrociamo la bellissima
cittadina di Navarrete, che dista quasi 20 chilometri dalla nostra meta: Nàjera.
Il morale
ricomincia a salire: a Nàjera raggiungeremo quasi duecento chilometri di
Cammino e non vediamo l’ora di arrivarci. Il Cammino in quel giorno è molto
rilassante, tra lievi saliscendi in mezzo ai vigneti e agli olivi. Anche il
tempo è dalla nostra parte perché non c’è più il sole a picco del giorno prima,
il cielo è velato da uno strato di nubi bianche e grigie, che rendono la
giornata molto rinfrancante e piacevole.
Dopo
quasi tre ore di marcia, siamo in dirittura d’arrivo a Nàjera, una delle città
più belle incontrate sul Cammino. Un fiume divide in due la città e gli argini
puliti e alberati permettono ai pellegrini una sosta davvero rigenerante, stesi
sul prato a chiacchierare e dormire, bevendo vino e facendo spuntini.
La sosta
a Nàjera è troppo bella per essere vera, qualcuno vorrebbe fermarsi qui in
vacanza, qualcuno a vivere. La mattina dopo facciamo colazione e ripartiamo
allegramente verso la Castilla y Leòn, salutando quel piccolo angolo di
paradiso chiamato Nàjera.
Siamo
ancora abbastanza fortunati, c’è qualche nube che ci regala un’alba colorata e
indimenticabile e un riparo dal sole cocente. La meta di oggi è Santo Domingo
de la Calzada, una tappa piuttosto breve (solo venti-ventidue chilometri di
marcia), verso un altro dei luoghi più caratteristici del Cammino: ci sono
tante storie legate a questa città. San Domenico è infatti un famoso monaco
benedettino dell’XI secolo che ha dedicato tutta la vita all’accoglienza dei
pellegrini diretti a Santiago. Avventurandosi nei vicoli si può chiedere in giro delle vicende quasi leggendarie di questa città.
Siamo
quasi in Castilla y Leòn, una delle regioni più importanti della Spagna, il cui
confine verrà attraversato l’indomani, dopo la sosta a Santo Domingo de la
Calzada.
Qualche
chilometro dopo raggiungiamo la nostra meta, dove ci godiamo i nostri primi duecento chilometri di Cammino, brindando con gli altri pellegrini e rilassandoci sotto il cielo argentato.
Continua…
martedì 8 aprile 2014
Cammino di Santiago - Verso Los Arcos
La notte passata a Puente la Reina ci ha rifocillato e
ripartiamo su di giri diretti a Estella, una graziosa cittadina ricca di chiese
e conventi che dista circa una ventina di chilometri. È l’alba, ma il sole non
è ancora spuntato dietro le nuvole quando arriviamo in vista di Cirauqui,
paesino di pietra raccolto in cima a una piccola collina che si spicca tra i
vigneti e i campi di granturco. “Nido di vipere”, questo è il soprannome dato
dagli abitanti della zona a Cirauqui.
Una pausa e via! La minuscola strada polverosa riparte verso
sud-est, insinuandosi tra le colline e i fiumiciattoli, consentendo il
passaggio dei pellegrini solo su antichi ponti romani in pietra: pochissimi
passano per queste vie, solo noi viaggiatori e qualche contadino. Tutti quanti
iniziamo a condividere un senso di appartenenza a questi luoghi, anche se
sappiamo che il legame con gli anziani abitanti che ci salutano o con i bambini
che ci vendono la limonata durerà solo un attimo. E che sono tutti visi che
forse non rivedremo più.
Entriamo allora ad Estella, dove ci fermiamo per la notte. È
una cittadina piuttosto grande rispetto agli insediamenti che abbiamo visitato
fino ad ora: ci sono negozi, ristoranti, locali. Il centro storico è, almeno in
parte, rimasto invariato nel tempo e preserva le sue bellissime costruzioni in
pietra. L’entrata in città avviene scavalcando il fiume Ega e in quel giorno
particolare veniamo accolti da un gruppo di ragazzi che suonano e cantano
davanti alla Iglesia del paese.
Irache, il secondo paese in cui passiamo il giorno dopo, è uno
dei luoghi più famosi di tutto il Cammino grazie alla fonte da cui sgorga vino
rosso, gentilmente offerta da un’azienda della zona. Ci sono numerosissimi
racconti su pellegrini che si sono ubriacati e si sono addormentati sotto la
fonte; del resto, come recita un cartello posto all'entrata
«Se desideri
arrivare a Santiago con forza e vitalità, prendi un bicchiere e brinda per la
Felicità»
Come rifiutare un brindisi alle 8 del mattino?
…Mentre qualcuno, incosciente, si riempie la borraccia.
La sosta a Irache dura giusto una decina di minuti, perché
il luogo in cui siamo diretti è Los Arcos – e penso che tutti i pellegrini
sappiano cosa significa l’ultimo tratto di strada verso Los Arcos. Per
arrivarci parecchia strada deve ancora passare sotto i nostri piedi. Sfioriamo
altri minuscoli paesi, di cui ricordiamo solamente i campanili che si stagliano
nel cielo azzurro in mezzo alle altre casupole.
Il paesaggio intorno a noi diviene sempre più arido e
aperto: ci sono pochissimi alberi e l’ombra è pressoché inesistente, il sole
inizia a picchiare anche se le nubi fortunatamente ricoprono il cielo. Ma qui,
dicono gli abitanti, non piove praticamente mai.
Los Arcos è una località conosciuta per l’aura misteriosa
che ha attorno, di cui tutti i pellegrini hanno timore, e comprendiamo il motivo quando ci troviamo
davanti l’ultima vallata che si apre in mezzo alle colline, l’ostacolo finale
prima dell’arrivo. Una strada di campagna a zig-zag tra i campi gialli e
secchi. Ci sono pochissimi alberi, nessuna fonte d’acqua. Il cielo si è aperto
e le aquile volteggiano sotto il sole cocente: una vera tortura.
È quasi mezzogiorno, la stanchezza e il caldo dilatano la
percezione dello spazio e del tempo: quella che è una vallata di cinque o sei
chilometri diventa all’improvviso un lungo percorso infernale e infinito.
L’ultima ora e mezza prima di arrivare a Los Arcos è all’insegna della
solitudine. Siamo tutti presi dai nostri pensieri, combattendo la testa pesante
e la voglia di stendersi a riposare: è qui che abbiamo capito che il Cammino è
prima di tutto una questione di testa e non di gambe, perché se la tua mente
cede allo sforzo, al mal di gambe, al calore e alla polvere allora sei finito.
Cadi e non ti rialzi più, se non hai nessuno che ti aiuta.
Le colline attorno a noi sembrano pulsare, la prospettiva
delle pale eoliche sui monti diversi chilometri davanti a noi è completamente
distorta. Nessun viaggiatore ha il cuore leggero e tutti vogliono arrivare alla
meta, per dissetarsi, mangiare e dormire.
Alla fine, come per incanto, Los Arcos appare davanti a noi
nella sua triste e polverosa decadenza e lì ci fermiamo. Tutti i pensieri
svaniscono e ci riposiamo all’interno di un Albergue vecchio e trasandato, dove
dopo una doccia rigenerante pranziamo insieme, ancora sconvolti dall’ultimo,
terribile pezzo di Cammino che abbiamo conquistato con fatica.
La mattina dopo siamo diretti a Logroño, la seconda grande
città sul nostro Cammino dopo Pamplona. Ci aspetta un breve passaggio nella
famosa regione de La Rioja, nota per la bontà dei suoi vini, una vera e propria
oasi verde e rigogliosa tra l’aridità della Navarra sud-occidentale e le Mesetas che ci attendono tra qualche
decina di chilometri.
Vogliamo dimenticare il terribile arrivo a Los Arcos,
inconsapevoli che l’avvicinamento a Logroño sarà se possibile ancora peggiore,
a causa del sole e dell’inquinamento.
Ma per il momento ci godiamo il sole che nasce dietro le
colline attorno a noi, felici ma distrutti di ricominciare una nuova giornata
di marcia verso Santiago de Compostela.
Continua…
martedì 11 marzo 2014
Cammino di Santiago - Pamplona e la Navarra
Da Roncisvalle, passando per Pamplona verso Puente la Reina
Roncisvalle la mattina dopo è fredda: abbiamo ancora nelle
ossa i venti gelidi dei Pirenei.
La guida dice che a pochi chilometri c’è un bar aperto in
cui poter mangiare qualcosa, e naturalmente per questi pochi chilometri ci
trasciniamo come dei sacchi di patate. Poco dopo, comunque, siamo già immersi
in piena Navarra, regione ricca di piacevoli colline e vigneti che si estendono
fin nella regione della Rioja, nota per la prelibatezza dei suoi vini.
In Navarra è un piacere camminare: sole, verde, una leggera
brezza estiva e niente traffico o inquinamento. Se non fosse per lo zaino che
ci sta spezzando la schiena sembrerebbe la gita domenicale sui colli del Lago
di Garda.
Ci stiamo dirigendo a
Pamplona, capitale della Navarra stessa, città nota principalmente per la
famosa festa di San Firmino e per le bellissime bianche mura che circondano il
centro storico. Tuttavia prima di arrivarci abbiamo ancora parecchia strada da
fare, strada che percorriamo a cuor leggero, iniziando a conoscere anche altri
viaggiatori e perdendoci nella tranquillità e nella quiete che sembra abitare
queste piccole valli.
L’arrivo a Pamplona è previsto il terzo giorno di Cammino,
nel mezzo ci sono spuntini, chiacchiere, mal di piedi e l’incoscienza dei
parecchi chilometri che devono passare sotto le nostre scarpe.
Alla fine, dopo tanti chilometri, ci siamo quasi.
L’arrivo a Pamplona è stato fisicamente e psicologicamente
molto duro. Il passaggio nelle città lo è sempre. Dopo tre giorni e tante ore
passate tra boschi, piccoli fiumi e silenzio, ci siamo trovati catapultati in
una grande città rumorosa e inquinata. Ma che però, almeno nel centro storico,
non ha perso la sua bellezza.
Le bianche mura che circondando il centro storico sono raggiungibili dopo aver attraversato un antico ponte romano sul fiume Arga, il Puente de Magdalena, e sono un vero e proprio spettacolo per gli occhi. Fortunatamente, il centro storico è più tranquillo del resto della città ed è lì che ci dirigiamo alla ricerca dell’Albergue.
Ci accampiamo allora nell’Albergue gestito dalla Iglesia
locale. Dopo una doccia e una passeggiata (!), decidiamo che la buona forchetta
italiana non può aspettare: pastasciutta! Condividiamo la cucina con alcuni
tedeschi e alcune cinesi, con cui ovviamente comunichiamo a gesti, visto che
loro non sanno il dialetto bresciano.
Indimenticabile è il tramonto che abbiamo ammirato dall’alto
delle mura, qualche ora più tardi. Purtroppo la mia macchina fotografica non
rende giustizia.
Il giorno successivo, dopo una dormita rinvigorente, ripartiamo con non poche preoccupazioni: ci aspetta il temuto Alto del Perdòn che, a dispetto del nome, non sembra essere particolarmente benevolo verso chi è partito senza uno straccio di allenamento - come noi. Però siamo rinfrancati dal fatto che abbandoniamo Pamplona e il suo rumore per ributtarci nella tranquillità delle stradine di campagna, che tra poco saranno circondate da campi di girasoli a perdita d’occhio.
L’Alto del Perdòn si nota
subito fin dalla periferia della città: è una montagna che risalta tra le dolci
colline su cui spiccano le gigantesche pale eoliche, visibili anche dalla
periferia estrema da dove il sentiero riparte verso ovest…
Ed è lì che ci dirigiamo,
passando prima in un piccolo paesino chiamato Cizur Menor, dove facciamo
provviste in vista dell’ascesa:
giustamente, i pellegrini non possono girarci attorno, ma devono
scavalcarlo nel punto più alto. La prendiamo con filosofia pensando almeno di
guadagnarci una fetta di Paradiso e con lo zaino in spalla iniziamo la lunga
marcia verso Puente la Reina, che dista ancora più di 18 chilometri.
Ammetto che l’idea di dover
fare ancora tutta quella strada con l’Alto del Perdòn di mezzo non sia proprio
incoraggiante, e ce ne rendiamo conto quando la strada da “in salita” diventa
“porca miseria” e poi “qualcuno chiami un taxi”. Caldo, polvere, sudore e il
sole che ci picchia sulla testa. Sono le 9 del mattino, ma sembra di essere
finiti nel Deserto del Sahara. Incrociamo per la prima volta dei pellegrini che
fanno il Cammino a cavallo.
Un’ascesa infinita, tanti
viaggiatori distrutti ma alla fine, dopo quasi 2 ore di scalata, siamo in cima.
Si vede perfettamente che stiamo entrando nella parte più calda e arida della
Navarra, perché i verdi prati e i boschi hanno lasciato spazio a sterminati
campi gialli e secchi. Lassù tira un forte vento, allora decidiamo di riposarci solo qualche minuto e
di iniziare a scendere dall’altro lato. Alle nostre spalle, qualche chilometro
più indietro, Pamplona riceve il nostro ultimo saluto.
Pare lontana la rigogliosità della Navarra pirenaica, qui ci sono solo sassi, cespugli, polvere e un caldo insopportabile già dalle prime ore del mattino.
Puente la Reina, il luogo mitico in cui il Cammino Francese
e il Cammino Aragonese si incontrano, dista ancora quasi 2 ore e mezza di
marcia. Ma non vogliamo né possiamo
tardare, perché il sole inizia già ad alzarsi parecchio; spossati, stanchi e
accaldati continuiamo a scendere sul versante ovest dell’Alto del Perdòn,
chiedendoci tra noi come diavolo faranno le nostre gambe a reggerci lungo i 750
chilometri che ancora ci separano da Santiago de Compostela.
Continua…
giovedì 6 marzo 2014
Cammino di Santiago - Sui Pirenei
Da Saint Jean Pied de Port a Roncisvalle
Continua…
Il treno parte da Bayonne, cittadina sulla costa francese, e
si insinua nei nuvolosi Pirenei giungendo a Saint Jean Pied-de-Port dopo 2 ore
e mezza circa di viaggio. Scendiamo dal treno con altri viaggiatori e iniziamo
a dirigerci verso il centro del paese. Credenciàl in tasca, scambiamo i primi,
spaesati sguardi con quelli che saranno i nostri compagni di Cammino. Questa è
Saint Jean, un pomeriggio di una giornata di fine luglio 2011…
A Saint Jean si respira un’aria diversa. Questo piccolo
paesino è l’inizio simbolico del Cammino Francese, la valle attraverso cui i
pellegrini di tutta Europa passano (e passavano) per dirigersi verso Santiago
de Compostela. Altri preferiscono passare dalla costa, in quello che viene
chiamato Cammino del Nord.
Prendiamo posto nell’Albergue di Saint Jean insieme ad altri
pellegrini e lì riposiamo in attesa della mattina successiva. È una situazione
che se non si vive difficilmente si può descrivere: il fatto di trovarsi lì con
altre persone da tutto il mondo, in attesa di iniziare un’ignota avventura, ti
fa sentire più vivo che mai.
I gestori dell’Albergue
offrono la colazione dalle 5 del mattino: questo vuol dire una tavolata di
pellegrini che si chiedono pane, burro e marmellata in tutte le lingue del
mondo (con risultati alquanto buffi). Quando ci svegliamo, alle 5.30, alcuni
sono già partiti, altri si preparano bisbigliando nel buio, molti stanno già
facendo colazione.
Zaino in spalla, mappa in mano, occhi assonnati, alle 6.15
inizia la scalata ai Pirenei. E il nostro lungo
Cammino che ci porterà a Santiago.
I Pirenei, e chi li ha oltrepassati a piedi lo sa bene, sono
un susseguirsi di colline e saliscendi più o meno ripidi, sempre battuti da
venti gelidi. Sì, anche il 30 luglio quando noi siamo partiti. Alle altitudini
più basse si trovano boschi umidi e, man mano che si sale, il paesaggio è
sempre più spoglio e brullo, nel senso che c’è solo erba, sole, nuvole, vento e
un incredibile senso di essersi staccati dal mondo. Ma la fortuna ci ha
assistito e non abbiamo preso pioggia, le nuvole andavano e venivano portate
dal vento.
Nonostante lo scarso
allenamento e lo zaino pesantissimo, ci siamo fatti forza e non abbiamo
mollato, rincuorati anche dagli indimenticabili paesaggi che ci si spalancavano
davanti.
Ma l’atmosfera ripaga lo sforzo del primo giorno di Cammino e
l’apparente solitudine è alleviata dalla compagnia di pecore al pascolo e
cavalli allo stato brado. La strada prosegue costeggiando i picchi più alti dei
Pirenei. Non mancano ovviamente tentativi di parlare con gli altri pellegrini,
nonostante la nostra conoscenza di una lingua diversa dal dialetto bresciano
sia più che altro un’illusione.
La strada prosegue fino a diventare una piccola striscia
d’asfalto in mezzo alle montagne.
A volte la strada sparisce del tutto e lascia
i pellegrini da soli ad orientarsi grazie a paletti di legno piantati
nell’erba, e tutti noi siamo presi dagli stessi pensieri: quanto è lontana casa?
Quanto siamo fortunati a vivere questa esperienza e a poter ammirare tanta
bellezza?
Oltrepassiamo il confine tra Francia e Spagna per entrare
quindi in Navarra. Ci sentiamo già un po’ più immersi nell’ atmosfera
sangria-e-paella, e il pensiero ci da la forza di proseguire sulla strada per
Roncisvalle: inizia poco dopo infatti la discesa verso il luogo mitico in cui
trovarono vita le imprese di Carlo Magno e del Paladino Orlando, cantati dai
trovatori medievali nelle loro Chanson de Geste.
Giunti a Roncisvalle, ceniamo con una famiglia americana e
una coppia di tedeschi. Tralasciando la qualità della cucina, dopo cena, alle
ore 8.45 in punto, siamo già tutti quanti stesi nel letto. I Pirenei ci hanno
massacrato. Dopo aver puntato la sveglia alle 5.30, non senza qualche “ma chi
me l’ha fatto fare”, cadiamo tutti quanti in un sonno profondo.
Ma il giorno dopo siamo ancora più carichi.
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