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venerdì 3 ottobre 2014

Comprare una nuova forma di libertà

[...] In mezzo a questa infinita ricchezza di forme e di colori, passeggiano folle di gente che fino a poco tempo fa vivevano in un mondo in disavanzo cronico. E ora, di colpo, senza preannuncio, sono stati gettati in un mondo in cui il problema maggiore è scegliere tra una mercanzia e l'altra. I loro genitori o forse loro stessi ricordano ancora i tempi in cui la fame era un'esperienza comune e quotidiana. Ora devono confrontarsi con l'esperienza della sovrabbondanza di beni e dell'accesso illimitato a ogni bene.

[...] Mi piace il mio mercato lungo il fiume. E' un luogo perfetto per meditare su come il mondo si va trasformando. [...] Su tutta la piazza del mercato si innalza un effluvio di profumi contraffatti e spezie esotiche. Come su tutti i mercati del mondo.

Andrzej Stasiuk

giovedì 14 agosto 2014

E alla fine arriva Ludwig.

Immaginatevi il nostro Bertrand "Berty" Russell, filosofo e matematico affermato (nonché guida spirituale dell'autore), seduto pipa alla mano nel suo studio del Trinity College.
Siamo nel 1911. Proprio l'anno prima Russell e Whitehead hanno pubblicato i Principia Mathematica, studio destinato ad avere un grande successo nella filosofia e matematica del XX secolo, e che ha consacrato i due autori ad una grande fama accademica.

Ad ogni modo, figuratevi un simpatico Russell tutto tranquillo nel suo ufficio. All'improvviso "un tedesco sconosciuto apparve sulla porta, parlando un pessimo inglese ma rifiutandosi di parlare tedesco. Disse di essere un uomo che studiò ingegneria a Charlottenburg, ma che durante il suo corso acquisì la passione per la filosofia della matematica e che venne a Cambridge con l'obiettivo di seguire le mie lezioni".

Berty, afflitto anche durante la pausa pranzo dallo strano ospite tedesco, per i primi tempi non volle dar troppo peso al suo argomentare ostinato e perverso.

"Il mio ingegnere tedesco è molto polemico fastidioso. Non voleva ammettere che fosse certo che non ci fosse un rinoceronte nella stanza..."

"Penso che il mio ingegnere tedesco sia pazzo. Lui sostiene che nulla di empirico sia conoscibile - gli ho chiesto di ammettere che non ci fosse un rinoceronte nella stanza. Ma lui non ha voluto ammetterlo".

Naturalmente nessun rinoceronte era nell'ufficio di Russell quando dibatteva con lo strano ospite tedesco. Ma la follia di questi incontri è stata molto gravida di conseguenze nella filosofia contemporanea...perchè lo strano ospite tedesco null'altri era che Ludwig Wittgenstein.


I virgolettati sono lettere originali di Russell.
Tratto da Ray Monk, The duty of genius. La traduzione parziale è mia.


venerdì 8 agosto 2014

Storia del tacchino induttivista

Un tacchino da allevamento volle formarsi una serie di conoscenze certe sul mondo.

Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell'allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un'inferenza induttiva come questa: "Mi danno il cibo alle 9 del mattino". Questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato.


Bertrand Russell

martedì 8 luglio 2014

Quando il gufo chiamò il mio nome

Short stories #1

          Quando il gufo chiamò il mio nome, le luci in cielo lampeggiavano. Marika dormiva e vedevo le sue curve sinuose dare forma alle lenzuola vellutate, mentre il condizionatore acceso ronzava ancora nel silenzio. Non ricordo esattamente perché mi svegliai, sicuramente sentii il verso dei gufi, come in ogni notte di quell’afosa estate 1999. Forse avevo fatto un sogno. Accesi la piccola abat-jour sul mio comodino e cercai le mie ciabatte blu che Marika mi aveva regalato qualche giorno prima. Così la smetti di girare scalzo! Era una cosa che proprio non sopportava, ma era una libertà che mi piaceva prendere, dopo cena.

Andai al cesso, facendo attenzione a non sbattere contro gli spigoli della porta e del comò nel corridoio. Fin da quando ero bambino, camminare nella mia casa avviluppata dal buio mi dava un’emozione strana: il respiro mi si fermava in gola, ero molto attento a non fare il minimo rumore. Soldato, questa non è un esercitazione! Tutto dipende da te! Quel soldato era rimasto vivo dentro di me, in qualche luogo recondito della mia mente, dove si annidano ancora le più bizzarre fantasie che avevo da bambino. Non sono ammessi passi falsi, soldato! Alzai le mani in posizione da yoga, pensando che se fossi stato visto da qualcuno in quell’istante, quel qualcuno avrebbe pensato che io fossi un perfetto imbecille.

Procedendo con le gambe piegate e le braccia tese, nell’oscurità più completo del corridoio, toccai finalmente la porta del bagno. Fu allora che capitò. Arrivò un lampo improvviso che illuminò il breve spazio tra me e la porta di legno. Quello che vidi su di essa mi spaventò a morte. Il volto di un gufo, che sembrava marchiato a fuoco, mi fissava spettrale. Caddi all’indietro, trattenendo un grido di terrore ma sbattei con la testa contro il comò. Sentii Marika muoversi in camera, ma subito ripiombò il silenzio.

Ricordo che rimasi a terra, immobile in una posizione dolorosa per un tempo che sembrò infinito. Fino al successivo lampo, stavolta accompagnato da un boato terribile che fece tremare la casa. La luce illuminò la porta del bagno, ma il mio sguardo ancora terrorizzato non vi vide nulla. Con una lentezza esasperante, cercai di rimettermi in piedi. Un’altra cosa che ricordo fu che dovetti strisciare per un paio di metri, prima che il sangue mi ritornasse caldo nelle vene, sciogliendo la paura che aveva anestetizzato i miei muscoli.


Tornai al letto, tolsi le ciabatte, spensi l’abat-jour. Marika dormiva ancora, dalla finestra entrava il fioco bagliore della luna. Mi infilai sotto le coperte, e quando guardai verso la luna vi scorsi in controluce un gufo posato all’estremità di un palo dell’alta tensione. Altri gufi iniziarono a cantare nel silenzio tumultuoso della notte, mentre sentivo lui chiamare il mio nome, come un sussurro che mi giungeva dritto alle orecchie. L’estate afosa del 1999 è rimasta scolpita nella mia mente, perché fu quando venne la notte in cui il gufo chiamò il mio nome. Per la prima volta.